giovedì 5 febbraio 2015

Perché Luca Toni non è un traditore

Strano tipo il tifoso di calcio. Capace di indignarsi per piccole cose e rimanere indifferente a tanti altri avvenimenti più importanti. Ma d’altronde si sa, il tifo è irrazionale per definizione e segue traiettorie non facilmente codificabili con gli occhi della razionalità.

Ma se c’è un’abitudine che mi ha sempre lasciato perplesso è quella del sentirsi traditi quando un giocatore particolarmente amato cambia squadra. E’ il caso di Luca Toni a Palermo. Sono passati ormai 10 anni dalla sua cessione alla Fiorentina ma ogni volta il suo ritorno al Barbera si risolve in un corollario di fischi da parte di tutto lo stadio. Così come puntualmente è accaduto domenica durante Palermo-Verona.

Strano a dirsi. In fondo parliamo del centravanti del ritorno in serie A nel 2004 dopo ben 31 anni di astinenza. Un’enormità per una piazza grande come quella palermitana. Lo straordinario terminale di un undici che vedeva in campo l’estro di Lamberto Zauli, le geometrie euclidee di Eugenio Corini, insieme alla Maginot difensiva formata da Biava, Atzori, dal numero uno Berti e dal futuro campione del Mondo Fabio Grosso.

Un bomber capace di segnare ben 50 reti in 80 partite di campionato, alla media di 0,63 goal a partita. Numeri straordinari. Così come fuori dall’ordinario sono i fischi dei tifosi rosanero. Questi ultimi imputano al campione modenese di averli traditi, scegliendo di andare alla Fiorentina per guadagnare di più nonostante i Viola di allora fossero una squadra dalle medesime ambizioni rispetto a quelle dei rosanero.

Inoltre, per molti dei supporter cosa ancora più grave, Toni non avrebbe mai speso parole di ringraziamento verso i sostenitori che tanto lo hanno amato.

Partiamo dal presupposto che non sta scritto da nessuna parte che un calciatore, al momento dell’addio a una squadra, debba per forza ringraziare i tifosi che lo hanno sostenuto. E’ naturale che se ciò avviene è sicuramente meraviglioso e cementifica un rapporto che rimane inscindibile nel tempo. Ma qualora questo non accada, non riesco davvero a comprendere i motivi della delusione. In fondo stiamo parlando di calciatori professionisti, i quali badano soprattutto alla propria carriera. Così come farebbe chiunque al posto suo. Toni, poi, era a Palermo da appena due anni. Non proprio una bandiera quindi. Ma di sicuro un calciatore che ha dato tanto alla causa rosanero e ha segnato un biennio indimenticabile per tutti i tifosi. 

Ma il tifoso palermitano in particolare, e italiano in generale, è estremamente permaloso. Capace di accendersi per una presunta mancanza di rispetto al momento dei saluti, ma altrettanto bravo a passare sopra alcune frasi davvero terribili come quelle pronunciate da Fabrizio Miccoli nei riguardi del giudice Giovanni Falcone. Quest’ultimo continua a rimanere l’idolo indiscusso della tifoseria rosanero, o comunque di gran parte di essa, nonostante parole che lo avrebbero dovuto condannare all’oblio. Insomma, grazie per tutto ma con quelle stupidaggini hai cancellato quanto fatto di buono. 

E invece no. I fischi, ingenerosi, vengono riservati al solo Luca Toni, colpevole di essere andato in una squadra dalla storia gloriosa come la Fiorentina, alla luce di quanto accaduto successivamente dimostratasi nettamente superiore, per ambizioni e rendimento, a quel Palermo. Solo gli effetti devastanti di Calciopoli non permisero ai Viola di conquistare per due anni consecutivi la qualificazione alla Champions League. 

Aggiungiamo a questo che il giocatore non ha mai fatto mancare le sue parole di apprezzamento a Palermo città e ai suoi tifosi. Basta ascoltare questa simpatica dichiarazione rilasciata ai microfoni di Fiorello e Baldini a Viva Radio 2, proprio pochi mesi dopo la cessione. O come dichiarato ai taccuini della Gazzetta dello Sport in occasione del suo ritorno in Sicilia nell’ottobre del 2005 da centravanti azzurro. Ma al palermitano non basta. Chissà cosa avrebbe voluto. Forse i lacrimoni, magari una pagina di giornale con tanto di lettera sul primo quotidiano cittadino. Insomma, una bella aria da melodramma.

Una bella dose di provincialismo se si pensa a quanto accaduto recentemente in Inghilterra. Dove Frank Lampard, forse il più grande giocatore di sempre della storia del Chelsea, è potuto tornare tranquillamente da avversario a Stamford Bridge tra gli applausi scroscianti dei suoi ex tifosi. E parliamo di un giocatore da 211 reti in 648 partite totali con i Blues. Miglior marcatore e numero uno nelle presenze complessive in 13 anni di onorato servizio. Di colui che sollevò da capitano la tanto agognata Champions League nel 2012 oltre che protagonista nelle vittorie di 3 Premier League, 4 Coppe d’Inghilterra, 2 Coppe di Lega, 2 Community Shield, e 1 Europa League.

A Londra qualche protesta si è sollevata al momento dell’ufficialità del suo passaggio al Manchester City ma tutto si è limitato a qualche riga sul web. Al ritorno a casa il giocatore è stato osannato come meritava. 
Luca Toni questa possibilità a Palermo non l’avrà mai. E tutto questo rimane inspiegabile. E in fondo mi dispiace per il tifoso rosanero, incapace di godersi anche quanto di bello gli tocca in sorte.

giovedì 29 gennaio 2015

Perché scriviamo?

Perché scriviamo?

Scriviamo per descrivere realtà che ci circondano
per raccontarci storie che, anche se non ci appartengono, fanno comunque parte di noi
per scarabocchiare situazioni che non esistono ancora e che probabilmente non esisteranno mai se non nelle nostre righe.

Scriviamo per mettere ordine a pensieri disordinati
per dare forma compiuta ad appunti caotici
per plasmare le inquietudini quotidiane che ci accompagnano
per lasciare traccia di noi quando non ci saremo più
per scacciare via l'oblio e urlare la nostra voce
perché sentiamo l'urgenza, il bisogno di fissare qualcosa che altrimenti andrebbe perduto per sempre.

Scriviamo perché la scrittura può diventare arte, scultura pittura e musica allo stesso tempo
perché ci emoziona scegliere la parola giusta ed incastrarla in combinazioni di altri vocaboli
perché ci permette di fermarci a riflettere senza sentirci in colpa
e di coltivare parecchie ore al giorno la solitudine in modo che questa non sia inutile o dannosa.

Scriviamo perché ci nutriamo di sogni
per dare un senso al nostro essere uomini
perché altrimenti saremmo incapaci di parlare e dire cose sensate
perché abbiamo paura di vivere e ci illudiamo che la scrittura ci renda unici, vivi e liberi
per provare a conquistare il nostro spazio.

Scriviamo perché il nostro non sia tempo sprecato
perché siamo inguaribilmente narcisi e amiamo che qualcuno ci legga
perché non siamo mai pienamente soddisfatti
perché non sappiamo fare altro
perché non abbiamo niente di meglio da fare.

Voi perché scrivete?

venerdì 16 gennaio 2015

Guerre di religione?

Partire con una premessa non è mai il modo migliore per iniziare a buttar giù un pezzo. Però mi sembra doveroso e fondamentale farlo in questo caso. Quello che andrete a leggere non è un post che prova a dare delle risposte. In questo scritto pongo delle domande. Perché solo attraverso la riproposizione continua di dubbi e questioni ci si può avvicinare alla sostanza delle cose.

L'attentato al giornale satirico francese Charlie Hebdo ha ripresentato con ulteriore violenza il problema del terrorismo islamico e della polveriera mediorientale. In questi giorni in cui "tutti siamo Charlie" e nei quali venti gelidi di guerra alitano tra l'Europa e il Medio Oriente, tanti interrogativi continuano a sorgere.

Si è tornati nuovamente a parlare di guerre di religione, di fanatismo islamico, di due mondi contrapposti che non potranno mai convivere pacificamente perché troppo diverse le basi su cui si fondano le rispettive società.

Ma siamo sicuri che sia solo questo il problema? In fondo la storia ci insegna che dietro il paravento delle religioni si perpetrano crimini che nulla hanno a vedere con queste ultime. Analizzando quanto accade in tutto il Medio Oriente sono diverse le contraddizioni che saltano all'occhio. Prima di tutto giova ricordare che il problema del fondamentalismo islamico nasce proprio in questa particolare zona del mondo. L'Isis, lo Stato islamico dell'Iraq e del Levante, che da mesi imperversa in Iraq seminando il terrore tra gli abitanti locali è solo l'ultima delle sue incarnazioni. Un gruppo di fanatici che, in base alle intenzioni rese manifeste, vuole impiantare nella zona un califfato a forte connotazione integralista.

Si tratta di musulmani sunniti, ovvero legati a quella che è la corrente maggioritaria dell'Islam, che continuano a seguire la sunna (cioè la tradizione) del Profeta Maometto. A contrapporsi alla visione sunnita c'è il più forte ramo minoritario dell'Islam che è lo sciismo, il quale vede negli imam e negli ayatollah "la luce di Allah sulla terra" e quindi li legittima come discendenti diretti del Profeta, in attesa del dodicesimo e ultimo imam. Le basi della religione sono le stesse, idem i testi sacri. Le differenze, come spiegato bene qui, stanno soprattutto nella visione politica. Nel caso dei sunniti Stato e religione sono inseparabili, per gli sciiti sono indipendenti ma le autorità religiose conservano comunque una sorta di controllo sugli esponenti politici i quali devono cercare di rispettare quanto più possibile le linee guida dell'Islam.

Si tratta di una spiegazione di massima per provare a inquadrare a grandi linee le due correnti maggioritarie presenti oggi nell'Islam, il quale, tuttavia, continua ad avere al suo interno tantissime piccole correnti minoritarie.

La condanna degli attentati terroristici di Parigi è stata netta da parte di tutti i maggiori leader mondiali. La marcia parigina di domenica scorsa ha voluto sottolineare, qualora ce ne fosse stato bisogno, quanto ognuno di loro si senta vicino alla Francia in questi momenti terribili. Allo stesso tempo, però, questi ultimi continuano a sostenere in Siria le forze ribelli che vorrebbero rovesciare Assad, esponente sciita del partito Baath (arabo-socialista). Proprio all'interno delle forze ribelli si è affermata prepotentemente la branca fondamentalista che vorrebbe un regime fondato sulla Shari'a, ovvero la legge islamica.

La domanda a questo punto è: come si può sostenere un fondamentalismo in un caso (quello della Siria) e condannarlo in un altro? A pensar male si fa peccato ma spesso ci si azzecca, diceva qualcuno di molto importante per la storia del nostro Paese. E quindi il sospetto che il problema religioso sia solo un paravento si fa sempre più forte. In gioco c'è il controllo di una regione strategica per tutto il Medio Oriente. Stati sunniti come l'Arabia Saudita non disdegnerebbero la presenza di un governo amico in quella zona. Dall'altra parte la minoranza sciita non vuole abbandonare un'area che fa da cuscinetto tra il Libano, sponda sul Mediterraneo, e le altre due forti concentrazioni sciite della Regione presenti in Iran e Iraq.

Ed ecco perché non bisogna cadere nella facile generalizzazione. Quando si parla di Islam non è mai tutto bianco o tutto nero. Tantissime autorità religiose islamiche hanno condannato gli attentati di Parigi, così come lo stesso ha fatto Nasrallah, leader di Hezbollah. Eppure sono musulmani anche loro. Seguono gli stessi precetti di base.

Ad esempio non si sono udite sommosse popolari per quanto accaduto in Arabia Saudita al blogger trentunenne Raif Badawi. L'uomo è stato condannato a 10 anni di galera e a subire 50 frustate pubbliche per 20 settimane. La causa? Aver offeso l'Islam su internet. Eppure le richieste formulate da Badawi andavano proprio verso quella modernizzazione tanto agognata dai Paesi occidentali. Ma nessuno dei nostri leader ha provato a collegare quanto accaduto a questo giovane uomo con i fatti di Parigi. Sarà perché l'Arabia Saudita è da sempre una Nazione che con l'Occidente ha intessuto rapporti economici fondamentali per entrambi? E quindi una ingerenza diretta in problematiche interne alla monarchia saudita avrebbe potuto scatenare tensioni che a nessuno avrebbero fatto comodo?

Due pesi e due misure, insomma. In nome della ragion di Stato. In fondo basta tornare indietro agli anni '80 per ritrovare ancora una volta gli Stati occidentali, Usa in primis, nel ruolo di finanziatori di quelle correnti islamiche più integraliste in funzione anti-socialista e anti-sovietica. Basti pensare alla guerra in Afghanistan degli anni '80 nella quale una repubblica di stampo marxista-leninista stava cercando di sradicare certi fondamentalismi religiosi presenti da tempo immemore per avviare una modernizzazione del Paese. Perché all'epoca le componenti fondamentaliste non vennero percepite come un pericolo per "l'occidente civilizzato"? Forse era avvertito maggiormente il pericolo "rosso"? Era un mondo molto diverso, figlio della logica dei blocchi contrapposti, le cui azioni, però, si ripercuotono ancora oggi, nel 2015.

Tante domande e ben poche risposte. E un ultimo quesito fondamentale: siete ancora sicuri che il problema sia solo ed esclusivamente religioso?

martedì 13 gennaio 2015

Noi fragili giornalisti

Appartengo a una delle categorie più bistrattate d'Italia, quella dei giornalisti. Stretta tra l'incudine della crisi dell'editoria e il martello di chi pensa che il lavoro intellettuale non debba essere pagato. Perché a scrivere siamo buoni tutti, basta avere un pc (o un tablet o uno smartphone), una connessione, qualcosa da dire. Poco importa se poi si scrivono castronerie, bufale, notizie non verificate, peggio ancora diffamatorie.

Scribo ergo sum. Restiamo aggrappati alla libertà di espressione sancita dall'Articolo 21 della Costituzione italiana, quello stesso sacrosanto diritto che ci fa dire #jesuischarlie ma che contemporaneamente permette a sconsiderati senza cervello di straparlare. Ultimo inquietante caso i commenti alla notizia della malattia di Emma Bonino, anche lei appartenente ad una casta, e per traslato per molti idioti meritevole di morire tra atroci dolori. Possa così espiare le sue colpe.

Siamo una casta. Abbiamo il potere di informare, di influenzare opinioni. Anche quando siamo pagati tre euro lordi a notizia. Perché tanto se non accetti di scrivere tu per quelle cifre lì, ci sarà sempre la fila di ragazzini alle prime armi pronte a farlo al posto tuo, pur di prendere l'agognato tesserino, pur di vedere la loro firma su un giornale, fosse anche il blog più scalcinato.

Il lavoro si paga, soprattutto quello intellettuale. Non di soli operai, artigiani e idraulici può sostenersi un Paese. I direttori e le grandi firme si fanno belli in tv, loro sì una casta che parla a vanvera di precariato, mentre migliaia di collaboratori sfruttati riempiono i loro giornali lavorando dalla mattina alla sera sette giorni su sette. E con i giornalisti anche tutti coloro che per mestiere lavorano nel campo della comunicazione e dell'editoria. Ultima ruota di un carro che senza di loro però sbanderebbe, finendo nel fossato.

Non abbiamo diritti, nei giornali non troverete mai la nostra voce, le nostre lamentazioni. Troverete solo quelle degli altri lavoratori, spesso sacrosante, cui facciamo da megafono. E mentre ne scriviamo, mentre vi raccontiamo, pensiamo a noi, che non possiamo pagare l'affitto, le bollette, che dipendiamo economicamente da qualcun altro, mamma e papà, o il nostro partner. Su di noi il silenzio, l'indifferenza. Veniamo tacciati di essere dei pennivendoli, schiavi degli editori. È vero, spesso è la realtà, ma sfido voi ad essere liberi di pensiero se prima non siete liberi di portafoglio. La dimensione romantica della professione è finita da decenni. Tante volte penso che siamo come quei ragazzi che lavorano nei call center, costretti a fregare la gente pur di portare a casa la pagnotta. Se ci ribelliamo ci ritroviamo con un pugno di mosche, non importa quanto bravi possiamo essere. E rischiamo che attorno ci sia fatta terra bruciata.

Il lavoro si paga, non siamo una casta. Ma all'esterno tanti pensano che noi lo siamo. Paghiamo lo scotto della nostra incapacità di fare capire che per scrivere, raccontare, informare, serve un filtro, che solo un professionista può fare. Non ci si improvvisa giornalisti o comunicatori, non si può fare affidamento solo sul proprio talento, per molti solo presunto, velleitario.

Mi stanno bene i blog. Adoro leggerli, scrivo sui blog dal 2006. Penso che molti blogger siano più in gamba di tanti sedicenti giornalisti. Il citizen journalism è una fonte inesauribile di notizie. Ma nel marasma della Rete girano troppe porcate non verificate, si dà spazio a tutti indiscriminatamente. Vige la logica del click, non della veridicità. La stessa formula l'abbiamo applicata a tv e carta stampata, la cui qualità scende di pari passo al dilettantismo dilagante.

Brutte notizie arrivano dalla mia amata Sicilia. Ecco così che il notiziario di Tgs, uno dei più visti dell'isola, mette in cassa integrazione dimezzata tecnici ed operatori, lasciando senza lavoro tredici persone, e taglia le collaborazioni ai giornalisti. Tutto affidato a un service esterno che confezionerà servizi a basso costo con un solo collaboratore. Rinunciare a figure professionali di alto profilo appare una logica sconclusionata figlia di un progetto editoriale che non esiste. Le alte sfere di via Lincoln probabilmente dovrebbero capire che è arrivato il momento di passare la mano a qualcun altro. Siamo nel 2015, un telegiornale solo “letto” senza servizi e con autoproduzioni di qualità mediocre è totalmente fuori dal mercato.

Ecco così che un assessore regionale si sente libero di cercare su facebook un addetto stampa “rigorosamente”, tiene a specificare, a titolo gratuito. Salvo poi scusarsi, cancellare il post e dire che era tutto uno scherzo. Spero scherzassero anche i colleghi, o aspiranti tali, che si erano già proposti al ruolo. Tutti pronti ad una vita spericolata certo. È senza dubbio spericolato lavorare anche sedici ore al giorno gratis (l'addetto stampa di un politico credo sia uno dei lavori più usuranti che ci siano, sei reperibile 24/7) e nonostante tutto riuscire a sbarcare il lunario.

Si fa presto a dire casta.

sabato 3 gennaio 2015

Ego me absolvo

Il nuovo anno è iniziato come era finito quello vecchio. Nel segno dell'odio. Rimango sempre stupito della violenza verbale che infesta la Rete. È successo che, dopo mesi di silenzio e di congetture, abbiamo saputo che fine abbiano fatto Vanessa Marzullo e Greta Ramelli, le due italiane rapite in Siria. Leggendo qua e là i commenti apparsi sui social network e sui forum di alcuni tra i maggiori quotidiani online nostrani ho provato disgusto. Lo stesso sperimentato nel corso degli anni in occasione del rapimento e l'uccisione di Fabrizio Quattrocchi e di Stefano Baldoni in Iraq, dei sequestri di Giuliana Sgrena, Simona Pari e Simona Torretta sempre in Iraq, e poi ancora l'omicidio di Vittorio Arrigoni in Palestina. Mi fermo qui, ma l'elenco potrebbe continuare.

Trivialità. Insulti. Giudizi tranciati con l'accetta. Per la gran parte dei lettori che hanno lasciato un commento, le due italiane meritano di essere abbandonate in mano ai loro rapitori, torturate, stuprate, vendute come schiave sessuali. Magari anche decapitate. Se la sono cercata, luride puttane. Come se l'era cercata Quattrocchi, il mercenario. O Baldoni, l'ingenuotto che si credeva un giornalista d'assalto.Tutti disprezzati e dileggiati, per motivi diversi.

Non siamo più un popolo civile. Preferiamo scannarci tra noi. Meglio ancora se sul web. Ne avevamo già scritto. L'ultima frontiera dell'autocompiacimento, il non luogo dove tutto ci è permesso. Dove se diffamiamo e calunniamo, minacciamo e ingiuriamo, crediamo di farla franca. Perché abbiamo l'illusione che il bersaglio dei nostri improperi non ci possa ammonire, correggere, se necessario denunciare alle forze dell'ordine. O, più semplicemente, perché non abbiamo di fronte nessuno che ci possa prendere a calci nel culo per le cazzate che scriviamo. Ci autoassolviamo. Tacciamo gli altri di buonismo smielato perché in una società competitiva come quella contemporanea fa figo essere bastardi. Come se il buonsenso fosse per forza una colpa. L'individualismo, la tutela degli interessi di bottega, ci hanno impoverito, non solo nel portafogli. Facciamo a pezzi quel poco di solidarietà civile che ci rimane (e che per certi versi ha sostenuto l'Italia nei decenni passati) e non capiamo che così facendo siamo sempre più abbandonati a noi stessi, in balia degli eventi e di chi decide per noi.

Siamo già schiavi.
Restiamo umani.

domenica 21 dicembre 2014

Cave panem et... circenses

Usare strenne e auguri per raccattare consensi elettorali è davvero triste… ma è di questo che abbiamo bisogno? Di panem et circenses? Io credo che abbiamo bisogno di imparare ad impastare, infornare e magari anche a coltivare il grano. Credo che dobbiamo affrancarci dai regnanti ed attuare una democrazia in cui siamo noi a decidere i giochi da vedere e magari a scegliere di giocare noi stessi, in prima linea, se ne abbiamo voglia. Basta con le false genuflessioni (che io ammetto solo innanzi a Gesù Cristo), basta con il “vicino o’ re beato cu c’è”. Ci appiattisce, ci svilisce. E poi chi lo dice che il re è il migliore? Marsala è un paese strano. Ricordo che quando ero ancora alle medie mi sentivo circondata da gente più ricca di me. Poi ho scoperto che spesso era una ricchezza più ostentata che reale. Nel senso che, se uno ha la macchina da 200mila euro e ha fatto un leasing che magari non pagherà, o ha i brillanti al collo e debiti anche con il pizzicagnolo…ecco, come dire, non è ricco. Ebbene e se invece ci fosse un passaggio di tendenza nel segno della libertà? se ci sentissimo liberi di dire che facciamo la spesa al discount? Che compriamo i regali di Natale su internet, perché si risparmia? Che…menomale che ci sono i nonni con la pensione? Immaginate la liberazione di smettere di dare valore all’apparenza! Immaginate di risparmiare le energie sprecate a fare i signoroni con le scarpe firmate e il calzini bucati (con la speranza che non ci venga “un colpo di sangue”, come dice sempre mia nonna, ché se ci portano all’ospedale ci toglieranno le scarpe e scopriranno l’inconfessabile segreto). E poi, una volta ammessa la povertà materiale, saremmo costretti a darci da fare per impinguare le sostanze che, a dire il vero, pingui, non lo sono mai state, o quasi. A questo punto il prossimo passo sarà trovare dei rappresentanti rappresentativi, quindi sinceramente poveri di soldi (come la maggior parte degli elettori) e ricchi di volontà e verità. Se poi, alla volontà e alla verità, si aggiunge l’intelligenza e la sanità mentale, allora c’è davvero speranza. Buon Natale

Scritto da Chiara Putaggio
Tratto da itacanotizie.it 
Link originale http://www.itacanotizie.it/cave-panem-etcircenses/

martedì 16 dicembre 2014

Sui bamboccioni d'oggi

Il cortocircuito odierno prende spunto da un articolo pubblicato sul sito de “L'Espresso”, dove la giornalista ci racconta che le selezioni per “giovani neolaureati ad alto potenziale per ricoprire la posizione di sales account in una società leader nel settore delle vernici” in Liguria, Basilicata e Molise da parte di Execo, società che si occupa di selezione e formazione del personale, sono andate tragicamente deserte. I pochi candidati che hanno risposto all'annuncio, contattati dalla stessa Execo, avrebbero poi declinato l'offerta. Paradossale, se consideriamo l'altissimo tasso di disoccupazione giovanile (e non solo) in Italia.

Grattando la superficie della notizia, però, vengono fuori alcuni elementi che ci fanno nascere spontanee delle domande che, forse, la nostra più titolata collega si sarebbe dovuta porre. In primo luogo, manca la controprova, il contraddittorio. Nel pezzo non si sente l'altra campana, i giovani che hanno rifiutato l'allettante contratto di apprendistato che prevedeva, tra l'altro, “22 mila euro lordi l’anno, auto, telefono aziendale e altri benefit”. Possibile che nessuno, ma proprio nessuno, abbia voluto mettersi alla prova, tentare la carta di questo lavoro, se le condizioni del contratto erano queste, così vantaggiose per un ragazzo privo o quasi di esperienza? Ma tant'è, probabile che all'autrice del pezzo non siano stati forniti i nomi dei candidati. La pratica del diniego, che avvalorerebbe la vulgata degli italiani bamboccioni, pare poi molto diffusa, a quanto scrive “L'Espresso”. Il giornale cita infatti casi analoghi di società che dovevano selezionare neolaureati per “una rinomata azienda veneta, operante nel settore della moda” e per la H3G, che addirittura cerca invano un migliaio di commerciali in tutta Italia.

Qui cala un attimo il velo di mistero che avvolge la storia. “Un lavoro non banale, che consiste nel battere a tappeto le piccole e medie aziende del territorio per offrire contratti telefonici”, scrive la giornalista riguardo H3G. Dietro il prestigioso termine inglese di sales account si cela, banalmente, il più classico dei lavori porta a porta. E ci sono altre considerazioni da fare. A parte che conosco fior di laureati, miei ex colleghi universitari, che per sbarcare il lunario hanno chiuso a chiave i loro sogni di giornalisti (entrate vicine allo zero per anni e anni, per molti anche per tutta la carriera) e battono in lungo e in largo la Sicilia e la Lombardia dodici ore al giorno alla ricerca di clienti in cambio di guadagni incerti e nebulose provvigioni. Ma poi, mi chiedo, per rompere le scatole (questo è ciò che appare agli occhi della gente un sales account/venditore, un rompiballe), serve veramente la laurea? Non è lecito aspettarsi che un neolaureato voglia qualcosa in più dalla sua carriera? In un mercato del lavoro che si dice flessibile ma che flessibile non è (se non solo nella durata dei contratti) avere una certa esperienza in un determinato settore ti segna il curriculum, verrai contattato solo per quello. In un certo senso ti limita, ti fotte.

Per vendere non servono altre capacità, soprattutto indole e carattere, affidabilità, che difficilmente si imparano nel corso degli studi universitari? In questo caso rivolgersi esclusivamente ad under 30 non preclude alla stessa azienda che cerca sales account la possibilità di valutare/assumere tutto un bacino di persone che potrebbe fare al caso loro, magari perché capello bianco significa esperienza nel campo della vendita che forse porterebbe contratti/profitto all'azienda stessa? Perché per ricevere un vaffa da una segretaria, da un imprenditore o da un privato che stai disturbando, al telefono, presso l'azienda o a domicilio, una laurea non serve.

Qui non parliamo di storture dell'Università che non forma abbastanza ingegneri e ci riempie invece di dottori in Lettere, Filosofia, Scienze della Comunicazione, per i maghi del fatturato tutta gentaglia che non ha voglia di sgobbare, con la cultura non si mangia, che andassero a zappare i campi piuttosto. Sono i criteri di selezione che non funzionano. Sono le aziende che abusano del lavoro flessibile a non funzionare, perché si sono messe in testa di formare (a costo zero) per posizioni che non necessitano di formazione e di cercare gente già formata per le posizioni dove invece il buon senso vorrebbe che fosse l'azienda stessa a formare (perché ognuna è un microcosmo indipendente, se cambi azienda anche se quel lavoro lo hai già fatto sempre da zero ripartirai). Come non funzionano le agenzie di lavoro interinale, che hanno dei database immensi che non si sa a cosa servano, ai quali non attingono per le loro ricerche, che riempiono giornali e bacheche di siti online con annunci di lavoro fake, agenzie di lavoro interinale le cui sedi della stessa società non comunicano tra loro, proponendo a qualche sventurato disoccupato la stessa proposta di lavoro per mesi, anni, certe volte anche in simultanea. Ma di questo si parlerà in un altro post.

martedì 9 dicembre 2014

Da quando sei diventato un leone?

Amiamo le gogne mediatiche, ci fanno sentire superiori. Organizziamo processi sul web o in tv, in nome di una supposta supremazia morale che chissà chi ci ha conferito. 

Siamo tutti pubblici ministeri. Conosciamo già chi sono i colpevoli. Ci fa comodo dare lezioni agli altri, seduti davanti a una tastiera, ripulisce la coscienza ed esonera dal mettere in pratica quotidianamente ciò che con tanta forza gridiamo nei social network. Ci crogioliamo in lamentele sperticate su questo e quell'altro, ma non facciamo niente di concreto per cambiare le cose. Tanto siamo coraggiosi e spietati davanti a un pc, quanto mansueti e accondiscendenti quando calpestano la nostra dignità nella vita reale.

Siamo voyeur. Ogni tipo di pornografia visiva viene data in pasto al nostro occhio guardone. Mai sazi, ne chiediamo sempre di più, spostando ogni giorno un po' più in là l'asticella della decenza. Godiamo quando, pensando di sapere tutto, ci accorgiamo che quanto abbiamo immaginato, sospettato, insinuato, sentenziato, potrebbe essere realtà: “L'avevo detto io, vedi che avevo ragione?”. Sfoghiamo così la nostra rabbia repressa, con il tiro al bersaglio. Insultiamo, bestemmiamo, protetti da un inesistente anonimato. Ci nascondiamo dietro un dito. 

Cerchiamo sul web un'effimera gloria, condivisione sociale, quel plauso che nelle attività di tutti i giorni non siamo in grado di avere, chiusi in noi stessi, schiavi di egoismi e sconfitti dall'esistenza. Chi non la pensa come noi deve essere dileggiato, sbaragliato, distrutto. Ci indigniamo a corrente alternata, solo nei confronti di ciò che fanno gli altri. Perché noi siamo sempre i migliori. 


"La mia generazione ha un trucco buono
critica tutti per non criticar nessuno
e fa rivoluzioni che non fanno male
così che poi non cambi mai
essere innocui insomma che sennò è volgare
puoi giudicare come sono se vuoi, ma lo sai
Baby fiducia (1999) - Afterhours

venerdì 5 dicembre 2014

Addio Articolo 18

Con l'approvazione da parte del Senato il cosiddetto Jobs act, la delega sul lavoro, è diventato legge. Per capire l'impatto che esso potrà avere sul mercato del lavoro bisognerà aspettare almeno un mesetto, quando arriveranno i decreti attuativi che delineeranno il vero volto della legge. Per il momento possiamo fare solo delle considerazioni. 

Il presidente del Consiglio Matteo Renzi parla di svolta. Nel nostro piccolo, di precari/disoccupati che toccano con mano storture e difficoltà del mercato del lavoro, ci permettiamo di nutrire forti dubbi. L'impianto del Jobs act in sé non è sbagliato, alcuni dei punti contenuti nella legge ci piacciono anche, vedi il tentativo di eliminare co.co.co e co.co.pro. a favore di forme contrattuali più “garantite”.

Ma ci sono numerosi punti rimasti in sospeso. E, soprattutto, sono tante le domande senza risposta. Il problema dell'occupazione in Italia è l'articolo 18? È l'articolo 18 a frenare assunzioni e investimenti? Ci sembra che tutte le parole che da un anno si riversano sul Jobs act da parte di politici, sindacati ed opinionisti non tengano mai in considerazione il vero nocciolo del problema, nel tentativo di sviarlo, di tenerlo alla larga. Il lavoro non c'è, la produttività latita.

Sì, le leggi sul lavoro vanno bene, il mercato deve essere disciplinato in modo chiaro perché tra le zone d'ombra dell'applicazione delle regole (e pensare che ce ne sono già a migliaia) finora gli imprenditori hanno banchettato sulle spalle dei lavoratori. Ma che senso hanno le regole se prima non si creano le premesse per creare lavoro? Non si venga a dire che è stato l'articolo 18 a tenere lontani dall'Italia gli investitori stranieri. Pensiamo che le cause siano altre, più strutturali. Le tasse troppo elevate che stroncano sul nascere qualsiasi tentativo di fare impresa, per esempio. Le lungaggini burocratiche frutto dell'elefantiaco apparato statale. La pratica della raccomandazione diventata nei decenni sistema, poi cancro. Se non hai una conoscenza, una spintarella, non lavori. Un tempo forse con le tue forze riuscivi, oggi no. Stop.

Detto questo è d'obbligo aggiungere che gli stessi investitori stranieri che in passato hanno aperto fabbriche ed aziende in Italia su questo sistema ci hanno marciato alla grande, beneficiando di sgravi fiscali e scappando all'estero non appena questi sono finiti, lasciandosi dietro solo rabbia e cassa integrazione. Oppure hanno usato il grimaldello della chiusura degli impianti per ricattare i vari governi che si sono succeduti.

Vogliamo riformare veramente il mercato del lavoro? Proponiamo agli imprenditori contratti a tempo indeterminato più convenienti rispetto a quelli a tempo determinato, con un piccolo sacrificio per i lavoratori. Senza esagerare, perché l'unico risultato che porta abbassare i salari è deprimere i consumi interni. Chi ha meno diritti andrebbe pagato di più, per “costringere” il datore di lavoro ad assumere a tempo indeterminato. Attualmente succede proprio il contrario. Abbiamo creato lavoratori di serie A tutelati e che guadagnano di più, e lavoratori di serie B che costano meno e che possono essere lasciati a casa in qualsiasi momento, subito sostituiti da altri precari senza diritti. Un diabolico sistema che invoglia l'imprenditore a mantenere temporanei a vita i lavoratori, che così sono meno costosi. Nessuno avrà interesse ad assumere dipendenti precari se sostituendoli manterrà i benefici di legge che al momento esistono.

L'articolo 18 andava esteso e non tolto. Riformulato, rivoltato come un calzino, ma esteso. I più deboli devono essere protetti e non penalizzati. Da circa quindici anni l'esigenza di flessibilità nel nostro Paese si riflette esclusivamente sui nuovi entranti nel mercato del lavoro. Una generazione di perenni precari senza futuro cui si contrappongono appunto i tutelati. Da una parte quelli che, o per abnegazione personale o perché sotto pressione da parte del datore di lavoro, sostengono la baracca e si fanno il cosiddetto mazzo. Dall'altra quelli che, privi di stimoli ed appagati o sostenuti dalla filosofia del me ne fotto e difesi ad oltranza dallo statuto dei lavoratori (che purtroppo non distingue tra lavoratori e fannulloni), hanno una produttività vicina allo zero. A cui vanno aggiunti anche i lavoratori delle aziende che ormai non producono più ricchezza, che sono da tempo fallite, che non hanno mercato, che non servono a niente, ma che sono diventate un'idrovora di soldi pubblici.

La produttività del Paese è crollata, bisogna aumentarla. Sono i precari che possono farlo. Oggi la loro produttività è bassa. Non per colpa loro, ma perché le aziende non investono su di loro. Stipendi magri, pochi incentivi, scarsa formazione, tante pretese. La gran parte sono laureati, hanno studiato anni, sono giovani. Diamo una chance ai precari, scommettiamo sui loro sogni.

lunedì 24 novembre 2014

Stazione di provincia


La vita di Angelo è tutta lì, sul fondo di una bottiglia. Vino rosso, di quello che costa poco e rincoglionisce tanto. Ubriaco di professione a poco più di cinquant'anni. Mattino, pomeriggio, sera: ogni giorno una ruota che gira uguale. Dopo il tramonto lo trovi alla stazione ferroviaria del paese, appoggiato alla sua bici. Si scola allegro gli ultimi barlumi di lucidità. Additivi chimici addizionati al mosto rendono veleno stordente quello che lui considera nettare. Come faccia ogni sera a tornare incolume a casa su quel trabiccolo a due ruote è mistero poco gaudioso. Angelo non vorrebbe tornare in quel tugurio, sono anni che non vuole più. È vuoto, spogliato di ogni affetto. Moglie e figlio sono andati via, lavoro e dignità scappati insieme a loro. Resta solo il rimpianto, ma Angelo ci sta lavorando. Un'altra bottiglia, una sola, e anche quello sarà un ricordo sbiadito, per questa notte.

Quando Angelo va via, sono le otto di sera, in stazione arriva Andrea. Lui, a differenza del primo, non ha un tetto dove ripararsi. Ventidue anni, ha eletto la sala d'aspetto a casa, una panca di legno a letto. Si siede, distende le gambe, rilassa la schiena, si appisola. Non ha una coperta per ripararsi dal freddo, ma pensa che è giovane, può farcela a resistere. La gente gli passa accanto guardandolo schifata. È sudicio, la sporcizia incrosta la pelle e fa compagnia al puzzo di urina mescolato a quello di birra e sigarette. Punkabbestia, barbone, vagabondo, chiamatelo come preferite. Ad Andrea non importa, le etichette non gli sono mai piaciute. E le altre persone (la "gente normale") lo ripugnano, forse più di quanto lui non faccia loro ribrezzo. Sta sereno, però, le ignora e tiene gli occhi chiusi, a schermare la luce dei neon della sala d'aspetto. Vuole solo dormire, per questa notte.

Vincenzo, per tutti Enzo, li vede entrambi. La mattina alle 7.30, quando va a prendere il treno diretto a Milano, Andrea sta ancora dormendo su quella panchina. La sera, alle 18.30, quando torna in paese dopo una giornata di lavoro, Angelo ha appena iniziato a vuotare la bottiglia. Enzo li odia, perché ha paura. Paura di finire come loro. Solo, abbandonato da tutti. È un precario. Precario del lavoro, precario della vita. L'unica certezza che ha è la data di scadenza sul suo contratto, due mesi a partire da oggi, lavoro a progetto. Con obbligo di presenza in ufficio dalle 9 alle 17.30, ma questo nel contratto non c'è scritto. Zero ferie, zero malattie, tante responsabilità. Un affitto e le bollette da pagare, come tutti. Enzo vede Angelo ed Andrea e si sente sospeso su un filo, come un equilibrista. Forse dopo troverò qualcos'altro, pensa, ho lasciato apposta la Calabria, i miei sforzi saranno premiati. Meglio sognare, per questa notte.

giovedì 20 novembre 2014

I colpevoli sono i morti

Quando diritto e giustizia cozzano, cosa ci resta? Amara rassegnazione, rabbia indignata. Poi basta, poco altro. Impotenza. La notizia che la Corte di Cassazione ha accolto la richiesta del procuratore al processo Eternit, dichiarando la prescrizione per il reato di disastro ambientale doloso a carico del magnate svizzero Stephan Schmidheiny e cancellando così la condanna in secondo grado a 18 anni, ha per molti il sapore dell'ingiustizia e assume i contorni della beffa. Il diritto è salvo.

Nonostante il sostituto procuratore della Suprema Corte Francesco Iacoviello avesse sottolineato come Schmidheiny fosse “responsabile di tutte le condotte che gli sono state ascritte”, ha dovuto chiedere lui stesso che fosse prescritto il reato (i fatti si riferiscono a più di trent'anni fa, gli stabilimenti sono chiusi dal 1986), ammettendo che “un giudice tra diritto e giustizia deve scegliere il diritto”. Cancellando anche i risarcimenti per i familiari delle vittime e per le comunità locali flagellate dai danni provocati dall'amianto. “Non erano oggetto del giudizio i singoli episodi di morti e patologie sopravvenute”, sottolinea un comunicato della Corte Suprema dopo l'ondata di sdegno che la sentenza ha suscitato.

In Italia non c'è solo la terra dei fuochi, c'è anche la terra del mesotelioma. Si trova in Piemonte, tra Casale Monferrato, sede della fabbrica dei veleni, e la cava di Balangero, la più grande d'Europa. Tra gli anni '60 e '90 abbiamo riempito il nostro Paese con l'Eternit: lastre, tegole, vasche per la raccolta dell'acqua e tubi. Solo nel 1992 venne vietata l'attività di estrazione, importazione ed esportazione, produzione e commercializzazione dell'amianto e dei prodotti che lo contengono. Il danno ormai era fatto.

Ecco rilanciato il dibattito sulla prescrizione, buono per alimentare le vibranti dichiarazioni dei politici e degli opinionisti. Questa fiamma brucerà sugli altari dei mass media per qualche giorno per poi spegnersi improvvisamente, fino alla prossima sentenza.

Restano in piedi le inchieste sui decessi degli operai, dei loro familiari, dei cittadini esposti al pericoloso minerale. Migliaia di morti e altrettanti malati, chissà quanti ancora, la polvere dell'amianto allunga la sua ombra sulle generazioni future. Il picco delle vittime è previsto per il 2025, le malattie da amianto possono manifestarsi dopo molti anni, a volte anche 40 dalla prima esposizione. La morte non conosce diritto, né si prescrive.

lunedì 17 novembre 2014

Guerra tra poveri

Siamo nel pieno di una guerra. Tappiamoci gli occhi, neghiamo l'evidenza, ma ci siamo dentro fino al collo. Ed è una guerra tra poveri. Poveri che per una generazione si sono illusi di avere svoltato, di essersi messi alle spalle difficoltà e stenti.

Abbiamo conosciuto il benessere. Carne a tavola un giorno sì e l'altro pure, l'auto nuova, vestiti firmati e l'ultimo modello di smartphone. Facciamo i conti con decenni di appagamento dei sensi e di ogni capriccio. Tornare indietro diventa problematico, se non addirittura impossibile. Decadenza. Chi lo spiega a giovani cresciuti tra feticci e status symbol che niente sarà più come prima?

Le periferie bruciano, è caccia al diverso, allo straniero. Si cercano facili colpevoli. Ci rubiamo tutto, finanche la casa. Fotti o sarai fottuto. Siamo in competizione per lavori senza futuro, spesso senza nemmeno la gratificazione di uno stipendio. Sopravviviamo in mezzo a veleni e maleducazione, ruberie e corruzione, violenza e degrado.

Chi dovrebbe trovare le soluzioni per questo letamaio si trastulla tra salotti televisivi e cinguettii. Lo scaricabarile è sport che contempla in Italia svariati campioni mondiali, ciechi nel loro narciso compiacimento. Il virus contagia tutti, anche chi doveva portare una ventata nuova. Quale sarà il nostro futuro?

mercoledì 12 novembre 2014

Tutti a 90°

Il mercato del lavoro in Italia è poco flessibile. Questa barzelletta la sentiamo dalla fine degli anni '90. In quel periodo storico tale formuletta, che poi è diventata mantra per politici, imprenditori e giuslavoristi, poteva anche avere un senso. C'era da una parte il settore privato, impastoiato dalle legittime tutele ottenute dai lavoratori dopo anni di lotte sindacali ed indebolito dalla spietata concorrenza nata dalla globalizzazione del mercato. Dall'altra parte, un settore pubblico saturo a dismisura dopo decenni di assunzioni facili. E nel pubblico, di ogni ordine e grado, i posti non bastavano mai. Da qui l'invenzione di scivoli e prepensionamenti (ancora all'inizio degli anni '90 migliaia di quarantenni mandati a casa dopo appena vent'anni di contributi versati), per fare posto a nuove assunzioni. Finché la pacchia non è finita.

Noi italiani, che non amiamo le mezze misure, siamo passati da un eccesso ad un altro. Dal Bengodi a Zozzolandia, passando dalla condizione Repubblica delle banane. Per restare competitivi nei confronti delle imprese estere ed eliminare una parte degli sprechi che gravano sul bilancio di Enti pubblici, partecipate ed affini, abbiamo accolto anche nel nostro Paese il concetto di lavoro flessibile. Declinato alla nostra maniera, ovviamente. Come? A futti cumpagnu. Tagliando tutto quanto di buono c'è nel significato di flessibilità e nella sua applicazione (sì vi assicuro che qualcosa di buono esiste, il tempo indeterminato è sì bene, ma non è il bene assoluto) e lasciando solo le parti più amare nel piatto dei lavoratori. Che masticano e sputano, masticano e sputano, fino a perdere tutti i denti. Travolti da una valanga di sigle come co.co.co e co.co.pro., finti lavori a progetto e partite IVA farlocche.

Oggi siamo poco flessibili? Possiamo dirlo con certezza? Conosco lavoratori talmente flessibili da far impallidire la contorsionista spagnola amante del conte Mascetti. Con l'aggravante suprema, solo parzialmente giustificata dalla crisi economica (un giorno bisognerà discutere anche di questo, personalmente ho perso la memoria della prima volta in cui ho sentito dire che l'economia occidentale è in “crisi”, un altro slogan che circola come minimo dalle settimane successive agli attentati dell'11 settembre 2001). Quale? Abbiamo massacrato una nazione produttiva, spazzato via ogni forma di solidarietà, tuttavia senza riuscire ad essere più competitivi nei confronti delle imprese estere, che ci stanno fagocitando/cancellando dal mercato, e senza migliorare di una virgola la condizione dei conti pubblici.

Fallimento su tutta la linea. O forse no? I ricchi sono rimasti comunque ricchi, anzi sono un po' più ricchi. Il profitto, gente! E gli altri? I poveri sono rimasti poveri, con il cellulare di nuova generazione e la pay-tv è vero, ma comunque un po' più poveri. Il ceto medio, una sottile linea che si va sempre più assottigliando. Adesso aspettiamo il Jobs Act.

Furbo l'imprenditore, geniale il politico, entrambi fulgidi nel loro italico splendore.

Ps Questo post, pur superando ampiamente le cinquanta righe, è molto sintetico, accenna e non spiega, tralascia molte problematiche. Ne sono perfettamente consapevole. Questo scritto vuole solo gettare le basi ad una serie di futuri interventi nei quali tratterò le storture odierne del mercato del lavoro, non da un punto di vista teorico/economico ma attraverso testimonianze ed esperienze di vita vissuta.

lunedì 10 novembre 2014

Ri-Partenza bis

Settembre 2012, linea telefonica rovente sull'asse Palermo-Milano. 

“Dai Domenico, stiamo andando bene, siamo ancora un po' appannati, scriviamo pochino, ma tanto chi se ne fotte. Miglioreremo. Questo è un blog! E alla fine sai che conta? Scrivere quando ne abbiamo voglia”. 

“Sì Salvo, hai ragione. Mica deve diventare una schiavitù. Scriviamo quando ne abbiamo voglia, questo conta”.

Maggio 2013, la linea resta incandescente, ma si parla per lo più di altro, eventi importanti si profilano all'orizzonte. Ogni tanto riaffiora nei ricordi dei due protagonisti che ci sarebbe anche un blog da aggiornare. 

“Dai Salvo, ok che abbiamo un bel chiffari, ma ogni tanto un post lo potremmo pubblicare! A questo proposito stavo pensando di lanciare qualche bella rubrica, seminare degli spunti interessanti. Ricordando comunque che questo è un blog, non deve diventare una schiavitù, dobbiamo scrivere quando ne abbiamo voglia”. 

“Sì Dome, hai ragione. Ricominciamo a scrivere, bella l'idea delle rubriche, la prossima volta che ci sentiamo me la spieghi meglio. La parola d'ordine è: scriviamo quando ne abbiamo voglia”.

Settembre 2013, delle rubriche si è persa traccia, le ore scorrono liete tra una strategia fantacalcistica e il tipico cazzeggio pseudofilosofico che tormenta i trentenni. Le linee si intasano di discorsi da caffè. “Scriviamo quando ne abbiamo voglia”, dicevano i due sventurati. Propositi durati lo spazio di un amen e, si badi bene, i nostri non sono certo quello che si dice timorati di Dio.

Novembre 2014. Il freddo dell'autunno lombardo ossigena il cervello ed instilla buoni propositi. L'indignazione rimette in moto idee per troppo tempo anestetizzate dalla pigrizia. Si spera che dalle parti della Brianza sia la volta decisiva. Aspettiamo l'arrivo del freddo anche in Sicilia per sapere se le marce saranno tutte ingranate, o se andremo ancora a scartamento ridotto. L'importante è scrivere. Quando se ne ha voglia, ovviamente.

domenica 16 settembre 2012

Fine di un'epoca...

Un giorno ha deciso di chiudere e non me ne sono nemmeno accorto. Impensabile per un appassionato come me. Però è pur vero che negli ultimi anni frequentavo sempre meno questo posto che ha giocato un ruolo importante nello sviluppo della mia cultura musicale.

Sto parlando di un negozio di dischi, uno degli ultimi che ancora resisteva a Palermo. Lontano dalle grandi direttrici dei competitors multinazionali. Una nicchia figlia di un passato che non ne voleva sapere di accostarsi al digitale, alla freddezza dell'mp3, all'isolamento di un iPod sempre acceso.

La "Boutique della Musica" di via Terrasanta a Palermo ha chiuso definitivamente i battenti pochi mesi fa, intorno a maggio. Aveva aperto i battenti nel 1962 e il suo cinquantenario ha anche segnato il suo epitaffio. D'altronde posso anche capire le motivazioni: resistere al digitale, e alla grande distribuzione, per non parlare del commercio via web, è diventato praticamente impossibile. A maggior ragione in una città come Palermo, già vittima di mille difficoltà, economiche in primis.

Questo negozio era una piccola oasi nella quale andavo a calmare la mia sete di conoscenza musicale, soprattutto a cavallo tra la fine degli anni 90 e i primi anni 2000. Fu tra le sue mura che accrebbi la mia conoscenza del Progressive, genere al quale mi sono accostato proprio in quegli anni e di cui il negozio in questione era sempre fornitissimo. Chicche come Hatfield and The North, Egg, Matching Mole, McDonald & Giles, in anni in cui il commercio su internet era solo una bella utopia per noi comuni mortali, si potevano recuperare solo lì, grazie alla competenza e alla passione del signor Taormina. Per non parlare dei miei primi King Crimson ed Emerson Lake and Palmer. "In The Court Of The Crimson King" di sua Maestà Fripp e soci, e "Tarkus" del magnifico supergruppo, me li sono ritrovati tra le mani per la prima volta proprio curiosando tra quegli scaffali. Come dimenticare la splendida copertina di Barry Godber che minacciosamente faceva capolino tra un album dei Jethro Tull e il mitico quarto dei Led Zeppelin? O lo strano animale ritratto su quel magnifico vinile che adesso riposa mansueto all'interno della mia collezione?

La chiusura di questo luogo di cultura è un'ulteriore mannaia che si abbassa sul capo di una massa irrimediabilmente omologata, dove la musica è sempre più sottofondo e sempre meno ascolto attento e dettagliato. Hanno vinto i non-luoghi dei grossi negozi dove si può trovare tanto a prezzi competitivi, ma non tutto. Dove non esiste quasi più la figura del commesso che ti guida e ti consiglia, in un continuo interscambio di conoscenza. Ha vinto il commercio via internet che abbatte i costi e di conseguenza vincerà sempre. Ma l'esperienza che si poteva vivere nei piccoli negozi indipendenti non potrà mai essere eguagliata e mi ritengo fortunato ad essere stato uno degli ultimi a poterne usufruire.

Passare davanti a quel negozio e non vedere più quella insegna che da 50 anni resisteva implacabile mi procurerà sempre un po' di nostalgia. Nostalgia di un tempo e di un'epoca defintivamente tramontati.


venerdì 10 agosto 2012

Povere bestie, povera Italia



Nel composito bestiario (e qui non usiamo un termine a sproposito) che popola gli scranni del Parlamento italico balzano agli onori della cronaca nuovi protagonisti. Gli ultimi scampoli di legislatura regalano perle inaspettate (?), lampi di luce che squarciano le nostre giornate rese cupe da inflazione galoppante e stipendi sempre più magri (per quei pochi fortunati che ancora possiedono una busta paga).
L'ultimo, in ordine di tempo, è il senatore Giuseppe Astore, molisano, ex Idv adesso al gruppo Misto. A prima vista il solito cambio di casacca, un altro parlamentare che ha tradito il mandato dei suoi elettori. Che poi ripensandoci bene, ha tradito solo il corregionale Di Pietro, che a Roma lo ha paracadutato, visto che con il porcellum gli elettori non hanno più nemmeno il piacere di indicare la propria preferenza per questo o quel candidato.
Stiamo divagando, torniamo al senatore Astore. Che è piccato, seccato, quasi indignato. Gli tocca lavorare il lunedì. E no, non va bene. Dopo le fatiche del weekend, lavorare il primo giorno della settimana è immorale.
Non sono mica bestie, i parlamentari. Siamo d'accordo con lui. Sono piuttosto comici, specialisti della boutade, professionisti della burla. E certo Astore non vuole essere da meno di altri che prima di lui ci hanno deliziato, spargendo perle di saggezza nel solco di Scilipoti e Borghezio.
Gli tocca pure pagare qualcosina di più al desco di Palazzo Madama, dopo che lo scandalo dei prezzi dei menù al ristorante dei parlamentari ha provocato un ritocco al rialzo. Svuotando addirittura i tavoli, a quanto dice Astore. Poveri parlamentari, probabilmente tagliano le spese anche loro perché non riescono ad arrivare a fine mese. Sono questi i problemi dell'Italia. Mannaggia ai giornalisti impiccioni che non si fanno mai i fatti loro.

venerdì 3 agosto 2012

Aridaje! Ma allora sei de coccio!!

L'eco delle dimissioni di Raffele Lombardo risuona ancora tra le assolate strade siciliane e già qualcosa si comincia a muovere per il futuro prossimo. Ormai è deciso: il 28 e il 29 ottobre si andrà alle urne per scegliere il nuovo presidente regionale e formare la nuova Assemblea.
Sarà Ulisse, "divino dal multiforme ingegno" (portatore di caldo supremo, aggiungerei io...); sarà che si vuole evitare di far la figura dell'avvoltoio che banchetta tra i resti di una carcassa ancora calda, benché in stato di avanzata decomposizione ormai da mesi, se non addirittura anni; sarà che ormai siamo ai primi di agosto per cui le ferie sono lì che ti aspettano e magari nemmeno bussano ed entrano sicure come la primavera che ci decantava il poeta; insomma sarà quel che sarà ma ancora nessuno tra i leader politici siciliani ha espresso apertamente la propria candidatura allo scranno lasciato vuoto da Lombardo.

Non manca però il primo sondaggio sulle intenzioni di voto dei siciliani (indagine che potete leggere QUI). E indovinate un po' quale sarebbe al momento il primo partito dell'Isola? Ma il Movimento per le Autonomie di Lombardo stesso, cari signori! E' vero, si tratterebbe di un pur misero 16 per cento che, politicamente, non garantirebbe l'elezione al rappresentante del partito in questione (con tutta probabilità il delfino Massimo Russo....), però è un dato che dice molto della natura di chi lo ha prodotto.

In pratica l'autoctono siculo, nonostante quattro anni e passa in cui ha visto la propria regione cominciare a scavare dopo aver toccato il fondo nell'esperienza Cuffaro, e nonostante i continui rimpasti di giunta e le nomine impartite a destra e a manca senza alcuna vergogna e da perfetto conoscitore del manuale Cencelli, continuerebbe a dare la propria preferenza a chi lo ha portato verso questo Profondo Rosso.

Attenzione, da questo marasma non sono esclusi nemmeno i due partiti che seguono nelle preferenze di voto, vale a dire il Partito Democratico e il Popolo della Libertà.
Il primo è arrivato anche a sacrificare quel minimo di credibilità sull'altare del più bieco trasformismo. Infatti, dopo aver concorso da avversario alla poltrona di Palazzo d'Orleans ha deciso di stringere alleanza proprio con chi aveva disprezzato e combattuto fino al giorno prima, salvo poi tornare sui propri passi quando la barca ha cominciato ad affondare.

Ma questo al siciliano medio non importa nel momento in cui mette piede dentro la cabina elettorale. Abile come pochi nell'arte del  mugugno, subisce gli effetti di un non meglio precisato campo magnetico prodotto dalle schede elettorali che porta la matitina in dotazione a porre la X sempre su quei 4-5 partiti che fino a due ore prima continuava a sbertucciare pubblicamente, lamentandone l'ignavia e l'inutilità. Però, sapete com'è: di fronte a tutti quei simboli scattano ancestrali paure. "Mmmmm....unn'è ca puozzu vutari pi comunisti, no?", pensa lo scrutatore stavolta votante, arrovellandosi il gulliver. "E puoi chi cuosa è stu Movimento cincu stelle? Grillo parra parra ma è come l'avutri", continua il nostro amico mentre avverte i primi effetti da campo magnetico qualunquista. "E Di Pietro? Chiddu iecca vuci ma un sapi parrari mancu in italiano. E puoi picchì un s'arristava a fari u magistratu?". A questo punto tutte le ipotesi sono scartate e il siciliano si sente più tranquillo. Può apporre senza rimorsi la X sempre sui soliti noti. Tanto si sa, il voto è segreto! E poi se qualcuno ti dovesse chiedere...."Io???? Un c'ha vutatu mai pi chiddu!!".

martedì 31 luglio 2012

Bye bye Raffaele

E' stato di parola. Aveva annunciato le sue dimissioni il 31 luglio, e oggi Raffaele Lombardo ha lasciato la presidenza della Regione Siciliana. Cosa resta di quattro anni abbondanti di legislatura? Un paio li ho seguiti attivamente per lavoro, gli ultimi da spettatore lontano ma interessato. Un'idea me la sono fatta, non necessariamente originale. Lo hanno chiamato "il grande divisore". Il pezzo di Salvo Toscano su LiveSicilia la dice lunga su quello che il leader dell'Mpa ci lascia in eredità. Confusione, politica e non. L'ex governatore siciliano non si è fatto mancare niente. Ha sfasciato l'alleanza di centrodestra che lo ha portato a Palazzo d'Orleans, ha messo contro il Pdl e l'Udc prima, Miccichè e i berluscones poi, ha diviso il Partito Democratico (impresa in realtà nemmeno tanto difficile da compiere). Tutto in un crescendo che ha lasciato sul campo morti e feriti. Compreso lui, il presidente della Regione. Inutile negarlo. Quella che all'inizio era stata la sua forza, alla fine si è trasformata in un'arma a doppio taglio. A furia di rompere e riaggiustare, i pezzi si sono talmente frammentati che a Lombardo la colla non è più bastata per rimetterli insieme. Abbandonato anche dallo stato maggiore del suo stesso partito, perso in un vortice grottesco di nomine, nel valzer di assessori (più di trenta in totale), dirigenti e consulenti, Raffaele ha perso la bussola naufragando rovinosamente. Serve poco gridare al complotto, in quattro anni poco o nulla è stato fatto per l'Isola. La Sicilia, intanto, sprofonda. Ad ottobre si torna a votare.

martedì 24 luglio 2012

Il segno dei tempi

Palermo. Nove e trenta del mattino circa. Esterno giorno.
L'auto si avvicina al semaforo. Rallenta e piano si ferma. Il rosso è appena scattato. Lei è seduta su un piano rialzato del marciapiede. Sembra la classica donna diretta al lavoro. E' vestita bene, truccata con garbo. Si alza e si avvia verso le strisce pedonali.
Di colpo, quasi seguendo un moto interiore improvviso, si gira di scatto e si accosta alla prima auto. L'espressione leggermente spaesata dà l'impressione di chi voglia chiedere un'informazione. Ma così non è. Sin dalle prime parole l'inconfondibile accento palermitano denota la provenienza autoctona della donna, pur senza avere un'inflessione marcata ed esprimendosi in un italiano abbastanza corretto.
Ma a sorprendermi di più è la sua richiesta all'automobilista. Testualmente: "Ho perso il lavoro, non avrebbe una piccola offerta da farmi?". La sorpresa si mescola allo stupore e si dipinge sul mio volto. L'apparenza di una donna in carriera ha lasciato spazio a una delle tragedie del nostro tempo: la perdita del lavoro e la mancanza di possibilità alternative in un mercato immobile.

Si capisce che è la disperazione a spingerla a tanto. Infatti, subito dopo il primo rifiuto non chiede nemmeno alle auto che seguono, ma torna a sedersi, stringendo i pugni, sul piano rialzato del marciapiede. L'espressione è contrita, la rabbia è mal celata, e le lacrime sembrano già fare capolino. Eppure non si scioglie in un pianto. Mantiene la sua dignità fino in fondo. Ma si vede che ha dovuto umiliarsi, e pure tanto, per arrivare a chiedere l'elemosina a un semaforo. Infatti tiene costantemente il viso girato dalla parte opposta alle auto in colonna, quasi ad evitare gli sguardi dei conducenti che sicuramente sente addosso.

Torna il verde, mi allontano con l'auto, ma quella brutta sensazione di un film che presto dovrò abituarmi a vedere più spesso non mi ha abbandonato. E tutto questo accade mentre chi dovrebbe avere a cuore i problemi della nostra Regione e del nostro Paese continua a giocare con milioni di euro di disavanzi di bilancio, con tagli indiscriminati ai servizi pubblici e una pressione fiscale che aumenta a dismisura. Quasi come se avessero un grandissimo Monopoli col quale divertirsi e non la responsabilità di milioni di vite.
Viene da ripensare alla frase di Mussolini, pronunciata poco prima della Seconda Guerra Mondiale: "Mi serve qualche migliaio di morti per sedermi al tavolo dei vincitori". In questa "guerra" senza eserciti e senza cannoni, quanti ne pretendono i tecnocrati della vecchia Europa?

venerdì 20 luglio 2012

Tele-Camere


Guardate il volto di quest'uomo, la sua espressione compiaciuta. E' il paradigma di ogni politico, in orgasmo sensoriale davanti a microfoni e telecamere. Osservatelo poi nella sua tracotante spocchiosità, donatagli dalla sicurezza che, come disse l'immortale Marchese del Grillo, lui è lui e noi non siamo un cazzo. Forte della presunta simpatia donatagli dall'imitazione fiorelliana e della scorta che lo protegge non si sa bene da quale pericolo incombente, insulta Mauro Fortini, personaggio ormai noto per essere il "disturbatore che non disturba", la nemesi dell'invadente Gabriele Paolini. Lo etichetta come "rompicoglioni", uno che fa un mestiere inutile e non dignitoso.
Premesso che forse sarebbe il caso di chiedere a La Russa qual è l'utilità sociale del suo mestiere (essendo uno dei principali esponenti di una categoria che dello sfascio del nostro Paese è la causa primaria), preferiamo però sorvolare perché non vogliamo  cadere nel qualunquismo spicciolo.
Quello che ci preme sottolineare è il comportamento dei giornalisti. Che continuano a mettere il palcoscenico a disposizione di certi personaggi. Una volta, una, tutti insieme, si potrebbe dare un segno. Abbassare i microfoni, spegnere le telecamere, salutare educatamente e lasciare lì il La Russa di turno. Così, per solidarietà al collega maltrattato o al Fortini insultato (che immagino dopo anni di apparizioni televisive davanti a Montecitorio conosca uno per uno tutti i cronisti parlamentari). Giusto per fare capire agli "onorevoli" che la loro utilità e legittimità sociale si esaurisce ogni volta che non compaiono in un tg o in un salotto televisivo e che loro sì, senza una telecamera che li riprende, non sono un cazzo. Perché un giornalista, se vuole, un'altra storia da raccontare la troverà comunque. Chissà che allora La Russa, e gli altri come lui, non comincino a fare Politica.